E’ oggi accertato (De Long, Sciences et Mécanique, aprile 1968) che alcuni
virus possano provocare il cancro in alcuni animali.
Fino ad ora non è stato ancora provato in modo decisivo che i virus
provochino il cancro nell’uomo ma sembra comunque che alcuni virus lo possano.
Se questo si dimostra vero, si può pensare che i virus infettivi utilizzati nei
vaccini possano anche possedere delle proprietà cancerogene. Si sta per mettere
a punto un vaccino ad adenovirus viventi per la vaccinazione umana contro alcune
malattie respiratorie (influenza esclusa). Questo virus, iniettato in animali da
laboratorio, provoca il cancro. Uno dei grandi problemi della nostra epoca è
quindi quello posto dal titolo apparso su Le Concours Medical n. 38 del 20
settembre 1969:
"I virus utilizzati per la vaccinazione possono essere cancerogeni?". La
domanda si pone in maniera ossessionante da quando si è dimostrato che alcuni
adenovirus, individuati sia nell’animale che nell’uomo, provocano sarcomi nel
criceto. Se finora non è stato possibile darne la prova sperimentale, numerosi
lavori importanti lasciano nondimeno trapelare più di un dubbio su questo
problema. Ricercatori americani (Hunt, Melendez e T.C. Jones, Médicine et
Hygiène dell’8 ottobre 1969) hanno dimostrato che "l’iniezione del virus da
scimmie di una specie a scimmie di un’altra ha provocato lo sviluppo del
cancro". Hunt e i suoi collaboratori hanno osservato al microscopio una
infiltrazione cellulare - da parte di cellule neoplastiche - del fegato, della
milza, dei gangli linfatici, del timo, del rene e delle ghiandole surrenali.
L’infiltrazione aveva raggiunto anche i polmoni, le ghiandole salivari, la
prostata, i testicoli, il midollo osseo e il tessuto oculare. La natura
dell’infiltrazione era simile al linfoma maligno delle cellule di tipo
reticolare osservabile nell’uomo e nell’animale. L’analisi del sangue periferico
rivelò un aumento relativo del numero dei globuli bianchi e una linfocitosi
precedente alla morte. Queste cellule furono classificate come "linfociti
atipici". Che l’iniezione di un virus di una specie di scimmie ad un’altra possa
provocare lo sviluppo del cancro è un fatto carico di significato perché queste
scimmie, per quanto di specie differenti, sono comunque molto simili mentre i
virus viventi inoculati nell’uomo con i vaccini provengono da specie animali
geneticamente ancora più lontane. "Dopo la morte dei primati si tentò di isolare
il virus in diversi tessuti ma - con l’eccezione di due animali nei quali fu
ritrovato l’herpes saimiri (che era stato prelevato da scimmie ‘donatrici’ e
iniettato su scimmie ‘riceventi’ - fu impossibile ritrovare il virus. E non è un
fatto isolato, esso accade infatti con altri virus: per esempio, adenovirus e
SV40" (Médicine et Hygiène del 13 luglio e del 3 ottobre 1973): ecco come
vengono messe a tacere le argomentazioni avanzate per contestare la realtà della
relazione causa-effetto tra una vaccinazione ed un’incidente. Col pretesto che
non si trovano ad esempio tracce del vaccino antipolio nel sangue di individui
vaccinati recentemente e che muoiono poi di leucemia, si pensa di poter scartare
l’ipotesi della responsabilità della vaccinazione. Il fatto che i virus che sono
all’origine dei tumori provocati sperimentalmente nelle scimmie siano del tutto
scomparsi dopo la loro morte fa pensare che, allo stesso modo, i virus vaccinici
possano essere all’origine dei tumori o della leucemia anche se non li si
ritrova più nel sangue dei vaccinati.
D’altronde, un’altra osservazione conferma il rapporto esistente tra cancro e
vaccinazione. W.C. Marmelzat (II Congresso di dermatologia tropicale in "E’
cancerogena la vaccinazione antivaiolosa?", La semaine des hopitaux del 26 marzo
1970) ha riportato una serie di 38 tumori cutanei sviluppatisi a livello delle
zone di scarificazione della vaccinazione antivaiolosa. I tumori sono di tutti i
tipi: bassocellulari, spinocellulari, melanosarcomi. E non può essere invocato
nessun altro fattore cancerogeno per spiegare la localizzazione del tumore in
quel punto. L’intervallo tra la vaccinazione e la comparsa del tumore maligno è
variabile tra le cinque settimane e i cinquant’anni (La Tribune Médicale del 30
ottobre 1969). Insomma, quando uno specialista si dedica al problema può
calcolare nel suo campo d’attività 38 tumori provocati dalla sola vaccinazione
antivaiolosa e che si sviluppano unicamente sulla cicatrice lasciata dalla
vaccinazione stessa. Le condizioni limitate dell’osservazione lasciano supporre
che ci si può aspettare di scoprire, quando si vorrà cercarli davvero,
numerosissimi altri tumori causati direttamente dalla vaccinazione.
Aggiungeremo che, se dei tumori si sviluppano sulle cicatrici cinquant’anni
dopo la vaccinazione antivaiolosa, si può pensare che questa continui per tutta
la vita a favorire predisposizioni pericolose per la salute dei vaccinati senza
che si possa facilmente stabilire un collegamento. In ogni caso, il rischio di
predisposizione al cancro non può essere negato finché una serie di ricerche e
di studi molto approfonditi non lo abbiano decisamente escluso. L’effetto
ritardato sulla inoculazione di estratti o di cellule cancerose in topi poco
sensibili è d’altronde provato dai lavori del X Congresso internazionale del
cancro (Houston, 1970). La comparsa del tumore può non solo essere tardiva e
differita ma addirittura manifestarsi in una delle generazioni successive
(Médicine et Hygiène n. 937 dell’11 novembre 1970). Non si deve allora temere
che la stessa azione ritardata si manifesti anche nell’uomo in seguito
all’iniezione di vaccini, sia che questi contengano sostanze che provocano la
leucemia o il cancro (virus della leucosi avicola o SV40, virus viventi in
generale, ecc.) sia che con la loro anormale presenza determinino nell’organismo
la trasformazione di cellule normali in cellule maligne? Quando un uomo muore di
cancro a 40 o a 60 anni, non é pertanto possibile affermare con certezza - allo
stato attuale della scienza - che le vaccinazioni che ha subìto fino all’età di
vent’anni non ne siano la causa. E, a maggior ragione, che esse non siano state
addirittura una delle cause di predisposizione.
(Fernand Delarue, tratto da L’intossicazione da vaccino,
Feltrinelli, 1979, pagg. 216-219)