Il medico, lo scienziato, sono uomini. Conoscono il timore di finire fuori
strada, di essere emarginati dai colleghi e dal loro ambiente di lavoro, di
passare per ‘eretici’: sono altrettante ragioni potenti per conformarsi, per
evitare di smuovere le acque.
E così molti rimangono in riga. Generalmente, coloro che distorcono risultati
e alterano diagnosi per adattarle alle esigenze del sistema dominante non fanno
questo per disonestà ma credono sinceramente nella bontà del sistema che
proteggono e - grazie a qualche gioco di parola e all’ambiguità delle idee
legate alla professionalità - riesce loro facile dare un’interpretazione
razionale delle proprie azioni. Quando si è messi di fronte a un paziente che
presenta tutti i segni e i sintomi di una determinata malattia da cui è stato
‘protetto’ con la vaccinazione, è ovviamente difficile formulare la stessa
diagnosi che si formulerebbe nel caso di una persona non vaccinata. Chiamando la
malattia con un nome diverso i medici difendono così un sistema di credenze e un
insieme di teorie in base alle quali hanno compiuto atti come la vaccinazione.
E’ chiaro che ai loro occhi il paziente non può avere questa o quella malattia e
c’è d’altra parte una tale abbondanza di nomi alternativi che non è arduo
trovarne uno esatto e al tempo stesso senza problemi. La ridiagnosi è dunque un
fenomeno reale che si verifica abitualmente allo scopo di proteggere un sistema
e per aiutare i profani a non avere dubbi sull’efficacia dei metodi adottati.
(Leon Chaitow, da I pericoli della vaccinazione e le possibili
alternative, IPSA Editore, 1989, pagg. 127-128)